Il mio “viaggio” all’interno dell’ex ospedale psichiatrico

Sono sempre stata fermamente convinta che ogni luogo sia una sorta di spugna che ha la capacità di assorbire e trattenere in qualche modo ciò che in esso accade e i sentimenti delle persone che vivono quegli avvenimenti.

Questo è il motivo per cui la mattina della mia visita all’ex Ospedale Psichiatrico di Granzette mi sento inquieta. Lo dico davvero. Se penso al manicomio la mia mente va immediatamente al divino Jack Nicholson e al suo McMurphy. Potrà sembrare esagerato, melodrammatico, ma di fatto quel film ci racconta quello che davvero accadeva in questi luoghi e il solo pensiero di mettere piede in un istituto come quello, anche se chiuso da decenni, mi causa una leggera agitazione. Alle volte preferiremmo non guardare, non sapere e voltarci dall’altra parte. Ma non l’ho mai fatto. Controllo l’indirizzo e vado.

Forse qualcuno che non conosce il posto può immaginare di trovare qui un casermone, un unico grande edificio, un classico ospedale. Nulla di più sbagliato.

Ritiro il braccialetto identificativo dal personale dell’associazione “I luoghi dell’abbandono” che detiene la gestione di questi spazi e che ha organizzato questa giornata di visita. Mi incammino poi, insieme a Giuliano Passarotto che terrà una piccola relazione, lungo il viale che si apre in fondo nel bellissimo parco che non mi aspettavo di trovare: un boschetto, una piccola fontana, un grande prato, intorno diversi edifici separati tra loro e al centro una chiesa.

E proprio nella Chiesa sconsacrata ci rechiamo per ascoltare Passarotto, ex dirigente amministrativo USL ma soprattutto impiegato dell’ospedale psichiatrico nei primi anni ’70.

La Chiesa mi porta in un’atmosfera piacevole, è ben conservata nonostante il totale abbandono ed è bella in questa giornata di sole. Io e gli altri visitatori ci accomodiamo sui banchi che, specifica Passarotto, sono stati acquistati dall’associazione: nell’istituto non è rimasto quasi nulla di ciò che c’era, hanno portato via tutto, in tanti.

Ascoltiamo poi il lungo racconto, la storia di questo luogo vissuta in parte anche in prima persona e proprio per questo riportata con il distacco di chi forse ha fatto negli anni l’abitudine alle persone che fra queste mura si sono succedute e alle pratiche cui venivano sottoposte.

I lavori per la costruzione di questo ospedale iniziano nel 1906 ma la sua attività comincia solo nel 1930 e termina nel 1980, a seguito della legge Basaglia, anche se saranno necessari quasi 20 anni per ricollocare le ultime persone che all’epoca vi erano ricoverate. In mezzo ci sono le guerre (ospita i prigionieri di guerra e diventa ospedale militare durante la prima guerra mondiale, offre rifugio ai partigiani durante la seconda) e c’è lo sfollamento per l’alluvione. Alla fine della storia troviamo un luogo abbandonato perché dopo la chiusura definitiva del 1997 non vi è stata la volontà e la forza economica di riqualificarlo.

Ma perché le persone venivano ricoverate qui? La storia ci insegna che nei secoli, i disabili mentali sono sempre stati allontanati, segregati: pensiamo alla Chiesa che li considerava assatanati e li emarginava o a alla Fusta, una barca nella quale venivano tenuti i “matti” nella laguna di Venezia, lontani dalla riva. A fine ‘700 Chiarugi (che dà il nome alla via dell’ospedale) parla finalmente di malattia ma l’idea di doverli allontanare, rinchiudere, non viene superata tanto che nei primi anni del ‘900 una legge stabilisce che ogni provincia deve avere il suo manicomio. Da questa esigenza nasce la struttura di Granzette.

Le persone rinchiuse qui erano quindi disabili mentali, ma non solo. In epoche in cui la povertà dilagava e le bocche da sfamare erano sempre troppe, un minimo disagio poteva essere motivo di ricovero. Così un ragazzo che aveva buttato una zucca dalla finestra in seguito ad una lite familiare di poca importanza, era stato ricoverato, ci racconta Passarotto, e mai dimesso. Queste situazioni si andavano a creare a causa dei fondi che l’istituto percepiva dalla Provincia per ogni paziente: orfani, vagabondi, giovani gravide…venivano considerati pazienti “tranquilli”, gestibili e, dal momento che il potere decisionale stava tutto nelle mani del direttore, venivano spesso internati (sequestrati?) a vita.

Al termine della relazione di Passarotto, esco dalla Chiesa e mi incammino verso gli edifici disposti a ferro di cavallo: vi sono quelli dove stavano i malati, quelli dedicati al lavoro di allevamento e agricoltura cui i pazienti si dedicavano (per il principio secondo il quale il lavoro è salutare e può favorire il recupero), quelli dei servizi e degli uffici, gli alloggi del personale (anche quelli delle suore e del cappellano dell’ospedale tra i quali è stata trovata una porta di collegamento nascosta dentro un armadio…………).

Passeggiando tra gli edifici rimango affascinata da come la natura tenda a riprendersi ogni luogo se solo viene lasciata un momento al suo destino.

Non si può non notare che questo ospedale sia stato progettato non solo per contenere ma anche per accogliere: gli spazi verdi per i momenti di condivisione e come valvola di sfogo (anche se riservati ai pazienti tranquilli) e gli edifici separati che creano leggerezza visiva erano certamente sinonimo di modernità per l’epoca e hanno permesso, insieme alle attività lavorative cui si dedicavano i ricoverati, che questo ospedale psichiatrico fosse considerato uno dei meglio gestiti e dei più umani.

Nonostante questo, non dobbiamo pensare che fosse un luogo felice; anche qui venivano utilizzati moltissimi psicofarmaci, soprattutto nei pazienti considerati “agitati”, e venivano praticati elettroshock e lobotomia, considerate all’epoca tecniche all’avanguardia.

Proprio pensando a queste pratiche mi addentro in qualcuno degli edifici. Il silenzio è assoluto ma le vite passate qui dentro, le loro storie, si fanno “sentire” prepotentemente.

Cammino in queste stanze e la parola che mi viene in mente è abbandono: abbandono totale degli edifici, degli oggetti che vi sono contenuti ma anche abbandono del ricordo di chi è stato qui. Visitare questo ospedale può essere a tratti affascinante ma credo che questa “staticità” non renda giustizia ai pazienti e nemmeno a questo posto.

Penso sia necessario prima di tutto riportare a galla ciò che qui è stato vissuto, aprire gli archivi e mostare ai cittadini il materiale a disposizione, magari allestendo una mostra permanente, per far conoscere, per non dimenticare.
Ma al contempo è necessario andare oltre, verso una riqualificazione: questi edifici hanno bisogno di aria nuova, di assorbire nuove energie, non per occultare le vecchie ma per poter guardare avanti, ad una nuova vita per questo luogo davvero bellissimo, sempre nel rispetto e nella memoria di ciò che qui è dolorosamente stato.

Le belve, se un giorno dovranno giudicare gli uomini, porteranno come atto di accusa contro di noi la ferocia degli uomini sani contro i folli.
Bruno Cassinelli