Andar per erbe in Polesine

Nella casa dei miei genitori, in una mensola dimenticata da tutti, trovo un librino che (non ho bisogno di chiederne la conferma) è certamente stato acquistato da mio padre. All’interno, due fogli di appunti sui nutrienti essenziali scritti con la macchina da scrivere. La data di stampa riportata è il 1977 e sul retro c’è ancora l’etichetta con il prezzo, 4.000 lire. Il titolo: “Nutrirsi al naturale con erbe selvatiche”.

Chi mi conosce starà pensando: certo, tutte le sue fissazioni sul cibo le deve pur aver prese da qualcuno! Ecco, prendetevela con mio padre.

Non conosco le erbe delle nostre zone ma ricordo di quando mia nonna le andava a raccogliere memore dei tempi in cui questa non era una moda ma una necessità. Voglio saperne di più e decido di chiedere aiuto a chi certamente me lo potrà dare: Cecilia Barison, titolare dell’Azienda Agricola Barison di Lusia e donna di infinito sapere!

Ci accordiamo per incontrarci e quando arrivo da lei mi comunica che dovremo prendere l’auto e andare dal suo consuocero che abita sull’argine del fiume Adige e che in questa stagione raccoglie sempre i “carletti”.

Le piante di Silene, da noi chiamate appunto carletti o stridoli (in dialetto scrisiòi) per il rumore che fanno tra le dita, sono erbe dal gusto molto delicato che si adattano molto bene alla preparazione di risotti o frittate oppure ad essere consumate come contorno.
Saliamo verso il fiume dove questo signore sapiente ci fa vedere quali sono e come raccoglierle. Interessante, ci provo. Ma non vedo nulla, solo un prato con erbe varie che per me sono tutte uguali. Mi consolo perché anche Cecilia fatica a riconoscerle. Lui invece sembra avere un radar, tra mille erbe localizza immediatamente quella che gli interessa.

Mi spiega che l’occhio va allenato, che ci vuole tempo, ci vuole esperienza. Ed io penso che negli ultimi decenni abbiamo perso tanto, che con la mia generazione si è interrotta la magia del tramandare questo tipo di sapere.

Il periodo è quello giusto, la maturazione è perfetta. Mi spiegano che nella tarda primavera, quando le foglie creano una sorta di schiuma, non sono più buone. Le erbe raccolte mi vengono regalate e mi rendo conto di ricevere un dono preziosissimo.

Siamo pronti per ripartire, saliamo in macchina e ci spostiamo verso un campo che la madre di Cecilia le ha indicato (ancora saggezza) alla ricerca di un’altra erba selvatica, il Papavero , detto anche rosole o garrusole o bigigole a seconda della zona. Quando arriviamo ci accorgiamo che qualcuno ci ha anticipate: nel campo c’è un ragazzo che con il suo coltello sta raccogliendo un po’ di rosole per sé.

Rudy, così si chiama, ci conferma che è un lavoro faticoso e che in effetti in mezzo a tante erbe, che qui sono un po’ più alte rispetto agli argini, non è facile distinguerle. Ci spiega che questa è l’ultima settimana “buona” perchè quando dal centro della piantina inizierà a spuntare il bastoncino del fiore, non si potrà più raccogliere.
Queste foglie sono buone anche crude in insalata. Se si vogliono consumare cotte si possono utilizzare per frittate, torte salate oppure in minestre primaverili.

Salutiamo Rudy e torniamo verso casa di Cecilia dove è prevista l’ultima tappa del nostro programma. Ecco, ad esempio, io mai avrei pensato di dovermi spostare così tanto per trovare diversi tipi di erbe, eppure così è. Ogni pianta ama un ambiente diverso per cui è necessario perlustrare zone diverse a seconda di ciò che stiamo cercando.

A casa Barison, una splendida casa rurale tipica polesana, ci aspetta un grande prato pieno di Tarassaco. Quest’erba, detta anche dente di leone o soffione o pisciacane o “brusaòci”, è molto diffusa nei nostri giardini, anche nel mio per la verità, e infatti mia suocera, non molti giorni fa, ha preparato un ottimo risotto proprio con queste foglie. Un risotto squisito che forse, non conoscendo ancora le fatiche della raccolta, non ho apprezzato abbastanza.

L’uso delle foglie è all’incirca lo stesso delle rosole: crude oppure cotte a piacimento. Di questa pianta si possono utilizzare anche le radici da raccogliere però nella stagione autunnale.


Quelle descritte non sono le uniche erbe che si possono trovare nei nostri campi e prati, ricordiamo ad esempio il Luppolo (o bruscandoli, che io amo alla follia) e le Ortiche. Ma devo rientrare, il piccolo mi aspetta!


La sera, quando torno a casa, appoggio il prezioso bottino sul bancone della mia cucina; preparo con cura le erbe togliendo con pazienza le foglie più dure come mi è stato insegnato, le lavo molto bene, poi preparo il soffritto.

Cucino un risotto e intanto penso che dentro ci sono il vento e il sole che hanno fatto crescere queste foglie e che la mattina ci hanno fatto compagnia; ci sono la sapienza e la pazienza della raccolta. La fatica anche. Poi c’è il tempo, il bene più prezioso. E in ultimo c’è l’amore che è in ognuna di queste cose e che finisce nel risotto anche attraverso il cucchiaio che lo mescola.

Alla fine appoggio di fronte ai miei bambini i loro piatti e faccio ad entrambi una carezza.


Note: ci tengo a precisare che nella raccolta delle erbe spontanee bisogna fare molta attenzione. Non tutte le erbe sono commestibili ed è quindi necessario saperle riconoscere con sicurezza oppure farsi accompagnare, almeno le prime volte, da chi lo sa fare. Inoltre un consiglio forse scontato ma importante: la raccolta va effettuata in zone il più possibile lontane dal traffico e dall’inquinamento per poter portare a casa un prodotto davvero salutare.